Thinking shattered Nicola > 新しい翼をもった僕!

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Thursday, November 09, 2006

Come per i migliori libri, e opere, capita sempre che il titolo differisca così tanto dalla vera essenza del prodotto artistico o letterario al punto che il possibile fruitore ne sia addirittura allontanato. Prendo sempre in esempio il saggio di Umberto Eco in coda al romanzo “Il Nome Della Rosa”. Tale titolo deriva da un esametro in lingua Latina di Bernardo Morliacense, del XII secolo, ed Eco dice a proposito: “Un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, il quale è esso stesso una macchina per generare interpretazioni. Ma uno dei principali ostacoli alla realizzazione di questo virtuoso proposito è proprio il fatto che un romanzo DEVE avere un titolo. Un titolo purtroppo è già una chiave interpretativa. (…) L’idea del Nome Della Rosa mi venne quasi per caso e mi piacque subito perché la Rosa è una figura simbolica così densa di significati, da non averne quasi più nessuno. (…) Il lettore ne risultava giustamente depistato, non poteva scegliere un’interpretazione, e anche se avesse colto le possibili letture nominaliste del verso finale ci arrivava appunto alla fine, quando già aveva fatto chissà quali altre scelte. Un titolo deve confondere le idee, non irregimentarle”. Ed ecco che uno scemotto come me che entra in un cinema, vede un cartellone con un nome biblico scritto a caratteri cubitali, delle facce conosciute come Brad Pitt, Kate Blanchett, un regista bravo come Alejandro Gonzales Inarritu, (e non abbastanza famoso da essere considerato scontato), e cominciano a balenare in mente considerazioni e possibili interpretazioni. Adoro il cinema indipendente, adoro entrare in un cinema ed essere sorpreso da un film, capita sempre più di rado, tranne quando le grandi catene di distribuzione si decidono a distribuire opere d’essai: successi non incredibili, ma sopra le aspettative, come è successo a Cannes 2006 con codesta pellicola. Ricordo “Magnolia”, una produzione USA, del 1999, di Paul Thomas Anderson, un titolo incerdibilmente anonimo, ma bello, che non c’entra nulla con la trama ma che nasconde segretamente al suo interno un film bellissimo. Forse questa volta ci risiamo, il Cineworld di Cagliari è diventato un essai, la sala era semivuota, la compagnia era giusta e ho trovato un altro piccolo tesoro da custodire nei miei ricordi. Non ho mai visto Amores Perros, ho visto altresì 21 grammi ma ricordo poco, se non una costruzione simile, storie parallele, tanto dramma e sofferenza: Babel ha un plot simile. Abbiamo una famiglia marocchina (linea 1), una famiglia americana (linea 2), una famiglia messicana (linea 3), e una famiglia giapponese (linea 4). Le storie di tali famiglie si compenetrano in maniera perfetta da formare una visione d’insieme abbastanza solida e chiara, gli sviluppi di questa storia sono retti da un sapiente montaggio, e penso stia qui la bravura di questo regista. Siamo in mezzo alle montagne del Marocco, ad un tiro di schioppo dal deserto: Ahmar è il padre di due ragazzi, Yussef e Ahmed. Da loro un giorno arriva un vicino, Abdullah, che porta come merce in vendita un fucile di precisione, un Winchester calibro .270 a singola azione. Ahmar compra il fucile per darlo ai suoi ragazzi che lo aiutano nella pastorizia, al fine di scacciare gli sciacalli dalle greggi. Ahmed, il più piccolo dimostra di essere maggiormente portato nel tiro rispetto a Yussef. Un giorno, non sapendo come passare il tempo, i due si esercitano nel tiro a segno, e scelleratamente sparano contro un autobus che trasporta turisti americani, colpendo gravemente Susan, la moglie di Richard, una coppia americana in vacanza in Marocco. I due hanno due bambini, sono reduci dalla morte di un terzo neonato mancato tragicamente in circostanze naturali. Durante la loro assenza Amelia, una donna messicana, bada a loro nella loro casa di San Diego. La sciagura occorsa alla coppia stravolge gli impegni di Amelia, che non può presenziare all’imminente matrimonio del figlio, dovendo per ovvi motivi rimanere coi bambini a casa. Il fucile Winchester era stato regalato ad Abdullah da Yasuhiro, un cacciatore giapponese, alla fine di una fruttuosa battuta di caccia. Yasuhiro è il padre di Chieko, una ragazzina sordomuta, e vedovo della moglie suicida. Vedendo l’evolversi di queste quattro storie mi viene da pensare che “Babel” sia il riferimento ai mali dell’umanità intesi in tutti i modi possibili , che portano distruzione, dolore, panico, autodistruzione, lacrime e sangue. Il male principe è il fucile, che passato in mani sbagliate porta all’evolversi di una situazione incredibilmente grave, un gioco sbagliato porta una sperduta collina pietrosa e polverosa al centro dell’attenzione del mondo, grazie ai media e alla paura del terrorismo, inteso come ossessione dell’accoppiare la violenza e il mondo arabo ad esso. Non ho mai pensato che dalle armi potesse derivare qualcosa di buono, (forse per questo mi piacciono quelle finte, esorcizzano quelle vere), questo film me ne da la conferma. Tale situazione porta la governante dei bambini di Susan e Richard a prenderli con sè per portarli al matrimonio, un nipote ubriaco e la border police americana faranno il resto, lasciando i tre sventurati a vagare nel deserto; Ahmar, Yassuf e Ahmed pagheranno cara la loro ingenuità. Dolore, violenza, paura, rimorso, ingenuità, delinquenza, alcolismo, armi, terrorismo, razzismo, sono la Babele dei giorni nostri. Rimane Chieko. Sordomuta, vive la sua deficienza sensoriale in una Tokyo troppo veloce per aspettarla, troppo rumorosa per essere vivibile, ma ai suoi occhi troppo silenziosa per essere decifrabile. La sua storia rimane sospesa nell’aria, si collega alle altre attraverso il solito fucile, ma lei è diversa, vive un dramma troppo personale, troppo intimo per essere fruibile dagli altri, nessuno pare accorgersene, sembra che Inarritu ci apra il suo mondo per amore e per pietà sua, come fosse una sottile e privata confidenza. La sua delicatezza rende la sua sofferenza di adolescente insopportabile. Ai suoi occhi nessuno la vuole, la prima esperienza amorosa tarda ad arrivare e ai suoi occhi la responsabilità di ciò sta nel suo essere diversamente abile. Questo la porta ad un graduale processo di autodistruzione, annullamento, durante il quale rimane sempre lucida e cosciente, come assistesse alla sua decadenza consapevolmente. Vederla offrirsi nuda ad un uomo maturo mi ha dato un dolore atroce, una richiesta di aiuto talmente disperata da far male, e il suo pianto sordo e rumorossissimo, nel mutismo che la copre come un velo, è un aprirsi la pancia con un coltello ed aspettare la fine. Dice Inarritu: “Ho realizzato che ciò che rende gli esseri umani felici può differire in maniera incisiva di caso in caso, ma ciò che ci rende miserabili e vulnerabili oltre le differenze culturali, la lingua o il tenore di vita è lo stesso per tutti”. Babele costruì una torre alta, altissima, ed essa crollò a causa di un grave vizio strutturale, dato da un più grave vizio morale. Tutti i personaggi di questa storia lontani ma vicini, hanno sofferto pene dissimili ma i loro cuori sono stati pervasi dagli stessi sentimenti, Chieko nuda al trentesimo piano di un grattacielo a Tokyo, Ahmed nascosto dietro una pietra che vede Yassuf caduto sotto colpi di arma da fuoco, Richard che tampona con un dito la ferita d’arma da fuoco della moglie, Amelia che con la morte nel cuore lascia i bambini in mezzo al deserto per cominciare a vagare senza dove in cerca di aiuto. E Babele crolla, dieci, cento, mille volte dentro ognuno di loro, come dentro ognuno di noi, ogni giorno. Vittime per lo più di disegni superiori alla nostra volontà, noi siamo sempre interessati dal crollo, sia che ne siamo responsabili, sia che non lo siamo. Un film bellissimo.

Babel, USA, 2006

Regia: Alejandro Gonzales Inarritu

Ecco per voi il trailer

3 Comments:

  • At 12:30, Anonymous Anonymous said…

    e nicola si è innamorato della tizia orientale

     
  • At 13:04, Blogger nicolacassa said…

    si è bella, ma è tanto sfortunata ed emarginata ("tizia orientale", bellissimo!)

     
  • At 13:05, Blogger nicolacassa said…

    ma l'hai letta la recensione almeno?

     

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